le parole si bloccano sulla punta delle dita prima ancora di raggiungere i tasti.
faccio fatica a capirmi, faccio fatica a spiegarmi.
non sono più capace di scrivere di me, né di quello che mi succede.
leggevo i blog del passato e pullulano di informazioni prive di qualsivoglia interesse per chicchessia, eccetto per la sottoscritta. ad ogni modo c'erano post densi e sentiti, e ricordo quasi ogni post scritto e quasi ogni storia dietro. gli ultimi post scritti qui sopra sono vuoti e ripetitivi. privi di fantasia e di originalità. come se scalfissi appena la superficie di me stessa con un cucchiaino, invece di trivellare.
ultimamente convivo con l'ansia.
ho sempre convissuto con l'ansia, ma era più un rumore sordo, un disturbo sullo sfondo. adesso cammina accanto a me e mi tiene stretta per mano. quando mi capita di distrarmi e di dimenticare per un attimo la sua presenza, stringe più forte la presa, per ricordarmi che c'è, come un bambino viziato a cui non si dedica la giusta attenzione. io non so bene come comportarmi.
chi non ha mai sofferto di attacchi di panico mi dice frasi di circostanza, come "non pensarci", "va tutto bene", "razionalizza", "sta' tranquilla".
sono tutte frasi belle e giuste, e soprattutto sono suggerimenti che accoglierei a braccia aperte, se non fossi già abbastanza impegnata a stare al passo della mia ansia.
non capisco perché ora. e non capisco perché succeda quando succede. non riesco a trovare il filo conduttore nei miei episodi di crisi, cosa che mi terrorizza ulteriormente. ho l'impressione di star sempre lì lì per scivolare nel baratro, come se camminassi su un ponte pericolante teso tra due spuntoni.
a volte, quando sento arrivare le prime avvisaglie, provo ad allontanarmi dalla situazione in cui mi trovo. l'idea di essere sommersa di domande mi provoca ulteriore ansia. gli sguardi apprensivi, le domande ripetute e ripetitive, la mia incapacità di comunicare in modo corretto, i sorrisetti abbozzati e il "no, no, va tutto bene".
penso che sia una di quelle esperienze che se non provi, non puoi nemmeno lontanamente comprendere. e solo adesso mi rendo conto della mia cecità al riguardo.
quando sentivo di conoscenti o amici che ne soffrivano, la soluzione mi appariva lapalissiana: basta razionalizzare. e poi, puntualmente, a questa riflessione seguiva il pensiero: "se io fossi nella stessa situazione, saprei come reagire".
e invece non l'ho saputo fare.
domani forse affitteranno la casa di nonna. casa di nonna smetterà di essere "casa di nonna".
non pensavo che questo pensiero potesse risultarmi così insopportabile.
sapevo che sarebbe successo, non è una novità, ma l'idea di non poter più correre lungo quel corridoio dalla forma bizzarra, di sapere che alla fine di esso non troverò nonna nella sua camera, intenta ad ascoltare la sua radiolina con il vano delle batterie tenuto malamente fermo dallo scotch e a mangiare pastiglie valda, mi spezza ulteriormente il cuore. non è che non mi sia rassegnata alla sua morte, ma mi sembra che ogni pezzo di lei che si portano via, lo portano via dal personalissimo ricordo che io serbo di lei.
provo ad aggrapparmi ad ogni frammento con le unghie e con i denti, ma vedo i contorni sfumare sempre di più, e mi sembra di provare ad afferrare del fumo. è tutto così sterile e frustrante.
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