16 settembre 2015

history eraser

quando nonna se n'è andata, io non ero pronta. non penso che sarei mai stata pronta, comunque, quindi a posteriori non potrei né vorrei scegliere un momento diverso. ovviamente vorrei che fosse ancora qui, ovviamente vorrei che se ne fosse andata assieme a me, ma sarebbe stato semplicemente stupido pensare che potesse accadere. non che io non lo pensassi, sia chiaro, ma non avevo mai voluto realmente razionalizzare questo pensiero. sono passati quasi due anni ormai. due anni in cui io non ho fatto altro che sigillare tutti i ricordi che avevo di lei in una scatola e chiuderla ermeticamente, con strati e strati di nastro adesivo, nasconderla in un posto molto buio e molto lontano e gettare via ogni possibile indicazione per recuperarla. non ho fatto altro che sentirmi arrabbiata e incompresa, come se nessuno sulla faccia della terra potesse realmente capire il mio dolore; arrabbiata e incompresa perché lei non doveva, non poteva, andarsene così; arrabbiata e incompresa perché non avevo preventivato quanto male potesse fare.
pensavo di avere un buon rapporto con la morte. o insomma, se non buono quantomeno di rispetto, almeno in certi casi. ho sempre pensato che tra il vedere i propri cari diventare irriconoscibili ed il vederli andare via prima di perdere anche l'ultimo barlume di dignità, fosse sempre preferibile la seconda opzione. non avevo messo in conto la quantità di egoismo che la morte porta necessariamente con sé. quando i miei hanno lasciato intendere che non restava più molto tempo alla nonna, io semplicemente non ci volevo credere. pensavo sarebbe stata una cosa passeggera. grave, debilitante, pesante ma passeggera. pensavo che semplicemente a natale, come ogni anno, avrei trovato nonna intenta a guardare i concerti che passavano in rai, a sferruzzare a maglia e a chiedermi di che colore avrei voluto il maglione quell'anno. che la sera della viglia ci saremmo seduti tutti insieme attorno al solito tavolo, mangiato tortellini in brodo -tortellini che nonna aveva progettato di cucinare sin dai primi di dicembre, giocato a carte, aspettato la mezzanotte e bevuto liquori fatti in casa. avrei guardato nonna alzare gli occhi al cielo alle battute volgari di mio zio e farmi l'occhiolino quando mia zia apriva bocca per dire stronzate. e poi, arrivata la mezzanotte, mi avrebbe chiamato in camera sua con un pretesto stupido, mi avrebbe messo in mano un gruzzoletto diverso rispetto agli altri nipoti e mi avrebbe detto "shhh, lo sai che tu sei come una figlia e non come una nipote per me". e poi mi avrebbe chiesto "di chi sei tu?" ed io avrei dovuto rispondere come facevo da bambina. "di tu". e invece quel natale non è andata così.
semplicemente ricevevo telefonate simili a bollettini meteo, informative ma senza alcuna traccia di emozione. tutti cercavano di allarmarmi il meno possibile, di dirmi come stavano le cose ma senza aggiungere nessuna nota drammatica alla conversazione e senza tradire alcuna disperazione. credo che nessuno avesse realmente il tempo di disperarsi.
qualche settimana prima che nonna morisse ero in biblioteca a studiare. era una mattina di fine settembre, eppure c'era il sole. il cellulare vibrò, mia madre mi stava chiamando. sapevo che le condizioni di nonna non erano ottimali, quindi uscii subito a rispondere. ricordo ancora perfettamente quella conversazione. "benedetta ti disturbo?"
"no sono in biblioteca, dimmi"
"la nonna ti vuole parlare"
"passamela"
("tieni mamma, è benedetta"
"dov'è? qua?"
"no mamma, al telefono"
"ah")
"pronto?"
"nonna sono io"
"ah ciao gioia mia. quando torni?"
"presto"
"davvero?"
"sì nonna, torno presto. manca poco e torno"
"ci vediamo?"
"certo che ci vediamo, poi stiamo insieme tutto il giorno"
"che bello"
"sì nonna. adesso devo andare però"
"dove vai?"
"a studiare, ho gli esami"
"ah. però torna presto eh"
"prestissimo. ciao nonna"
"ciao amore mio"
questa conversazione è probabilmente il mio più grande rimpianto. non volevo mentire, credevo davvero ci saremmo riviste presto. quando mancava ormai poco tempo, mia madre mi disse che se volevo potevo prendere il primo volo e scendere, ma che non era il caso. io non valutai nemmeno l'idea e dissi che preferivo restare a torino. ancora oggi non saprei dire se la mia radicalissima scelta di non scendere a dirle ciao un'ultima volta sia stata dettata dalla paura di non essere riconosciuta e di non riconoscerla o dal semplice non accettare la sua morte. mia nonna negli ultimi mesi soffriva di demenza senile. da aprile 2013, per l'esattezza. era iniziata per caso, anche lì con una telefonata di mia madre. ero a nizza, in erasmus, quando squillò il telefono. richiamai mia madre che mi disse che era dalla nonna e che era meglio che parlassi con lei per rassicurarla, di non preoccuparmi, che non era successo nulla, ma che era meglio che le dicessi che stessi bene e che fossi in francia. nonna prese il telefono spaventata, chiedendomi immediatamente come stessi. le risposi che stavo più che bene, che stavo studiando, che c'era il sole e che faceva così caldo da poter fare il bagno al mare. mi disse che mi credeva, che però le sembrava che avessi bussato alla porta di casa sua chiedendo aiuto. che aveva aperto ma non c'ero più e che aveva preso la scopa per difendermi da ciò da cui stavo scappando. le dissi ridendo un po' che non poteva essere, che ero in francia e che non avevo ancora imparato a teletrasportarmi, di stare tranquilla e che quello che mi faceva paura al massimo erano gli esami. quello fu l'inizio della sua demenza. peggiorò rapidamente; da che era semi-indipendente, iniziò ad avere bisogno del pannolone, di una badante giorno e notte. iniziava a confondere le date e poi gli eventi. a effettuare connessioni del tutto sconnesse, come quando un aeromobile dell'ospedale ci passò sopra la testa e lei sostenne che era il papa che faceva il giro del palazzo per potere entrare. iniziò a mangiare sempre meno, a diventare sempre più irritabile. quando la contraddicevamo metteva su il broncio. quando a pranzo sapevo che ci sarebbe stata anche lei, sbuffavo. i pranzi erano sempre più tesi. non mi sono comportata bene con lei gli ultimi mesi della sua vita. ero intollerante alle sue defaillance. non potevo sopportare di vederla così e di conseguenza mi arrabbiavo e mi innervosivo. più lei cercava di starmi vicino, più io la allontanavo. la verità è che sono una persona di merda, incapace di accettare le debolezze fisiologiche delle persone anziane, che una volta rappresentavano il mio pilastro. mi teneva sempre per mano, ogni volta che poteva. mi baciava il braccio. aveva smesso di chiedermi di darle un bacio o un abbraccio. aveva smesso di chiedermi di chi ero. quando sono ripartita per torino, a fine agosto, sono partita da casa alle quattro e mezza di notte. lei ha insistito perché passassi a salutarla e così sono passata da lei prima che albeggiasse. l'ho salutata in modo un po' scocciato, un po' per il sonno, un po' perché la ritenevo una perdita di tempo. se potessi tornare indietro forse non partirei nemmeno per torino e resterei lì, abbracciata a lei. ma con il senno di poi siamo tutti bravi a rimediare agli errori commessi. e di errori ne ho fatti tanti, soprattutto con lei, che ad oggi continuo a reputare la persona più importante della mia vita. non c'è un modo per cambiare il passato, non puoi semplicemente alzare la cornetta e chiedere scusa. ed ogni giustificazione che si cerca diventa un mero mentire a se stessi. a mia madre aveva detto che voleva che io non mi affezionassi più a lei, in modo da soffrire meno quando se ne sarebbe andata. spero che la demenza senile le abbia fatto dimenticare, negli ultimi istanti della sua vita, quanto stronza sua nipote fosse stata negli ultimi mesi e di quanto invece l'amasse incondizionatamente. perché la verità è questa, anche se dirlo adesso non cambia molto. io amavo mia nonna, profondamente, e non c'è giorno che passi senza che pensi a lei, almeno una volta. non auguro a nessuno di amare e di essere così tanto, perché la perdita è talmente devastante da radere al suolo ogni cosa. ed ancora oggi, a distanza di quasi due anni, nonostante i progressi fatti nell'accettazione della sua morte, se mi proponessero di sacrificare metà della mia vita per vivere quel che mi resta assieme a lei, non ci penserei nemmeno per mezzo secondo ed accetterei. mi manchi disperatamente.

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