23 aprile 2015

non mi ero accorto che i tuoi orecchini per i riflessi lanciavano dei piccoli lampi.

l'altro giorno ero sul bus e c'era un tizia, ti giuro, identica a te. sciarpa lilla, come la tua, pantaloni bonci come i tuoi, persino i capelli legati come li leghi tu. unica, microscopica differenza era il fatto che lei avesse un dread e io so che tu, i tuoi, li hai tagliati due anni fa. li avessi tenuti, probabilmente avrei fatto toc-toc sulla spalla di quella tizia, chiedendole se per caso non fossi tu.
ma ovviamente non potevi essere tu e non lo eri.

pensavo che pagherei senza batter ciglio il nostro peso in oro, se questo potesse bastare a riaverti com'era prima. a riaverci, com'era prima.

pensavo anche che potrei sacrificare ogni cosa che conta nella mia vita per poter rivivere ancora una volta il nostro anno da matricole, da studentesse sprovvedute, da ingenue cazzone. era tutto semplice, alzarsi al mattino, respirare, andare a lezione. persino parlare era semplice. persino guardarti in faccia e dirti "stai facendo una cazzata" era semplice. persino poterti raccontarti della mia vita era semplice, quando adesso invece ti do risposte stereotipate e monosillabiche, come se me ne importasse qualcosa, come se te ne importasse qualcosa.

pensavo che non saprei bene a cosa imputare questa distanza che adesso sembra così insanabile, così radicale. come se non avessimo mai avuto nulla in comune, come se non avessimo mai vissuto le stesse esperienze tenendoci per mano.

pensavo che se qualcuno mi avesse chiesto, quattro anni fa, cosa pensassi della nostra amicizia, avrei risposto che sarebbe durata anni, forse secoli. forse avevo addirittura immaginato la nostra vecchiaia assieme, a settant'anni sedute su un terrazzino a fumare le bombe e a giocare a carte. magari anche a farci i nostri chupiti di vodka, giusto per ricordare i bei tempi.

pensavo che fossi diversa. quale sia il soggetto di questa frase non importa, perché si applica perfettamente ad entrambe le parti in gioco.

pensavo che in qualche modo, riflettendoci su adesso, mi turba questa frattura.

eppure, se mi chiedessi se mi sei mancata in questi mesi, ti risponderei di no. da quando sei partita non ho sentito nemmeno per un istante la tua mancanza. non ho mai pensato "vorrei che fosse qui". non ho nemmeno mai pensato di scriverti, come avrai notato, in barba a tutti i miei buoni propositi.
però in qualche modo mi manca il ricordo di te. pensarti e saperti diversa. dover fare uno sforzo immaginativo per riportare a galla quanto stessi bene nel nostro rapporto fatto di complicità e paranoie. paradossalmente, mi manca non sentire la tua mancanza.

non vorrei che il mio discorso venisse frainteso: non sono arrabbiata con te perché a distanza di due anni ti sei fatta un tizio che mi ero fatta anche io. sarebbe una riduzione banale e semplicistica della faccenda, perché detto fra noi, non me ne frega un cazzo. sono arrabbiata con te perché hai calpestato senza alcun riguardo i nostri quattro anni di amicizia trovando il coraggio di fartelo ma non il coraggio di dirmelo. perché nel momento in cui io ho toccato il fondo tu non c'eri. perché, nonostante i miei tentativi di salvare il nostro rapporto, di fingere che tutto andasse bene, tu hai finto male. perché faccio fatica a ritrovarti. forse a ritrovarmi. forse io ero diversa. forse mi andavi bene e poi ad un certo punto non mi sei andata bene più. forse sono diventata meno tollerante, forse adesso sono una stronza insopportabile e tu sei rimasta sempre la stessa. forse, ad un certo punto, due strade parallele possono deviare in direzioni opposte. forse sono solo una marea di cazzate e la verità è che essere delusi è una merda, e non c'è né colpa né redenzione, c'è solo del rancore.

e quando tornerai io non so se sarò in grado di guardarti in faccia.

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