credo di stare male. il discorso è che non ho la più pallida idea di come esternarlo. non sono mai stata brava nelle dimostrazioni di dolore. nemmeno in quelle d'affetto, a dire il vero. forse non sono brava nelle dimostrazioni e basta. persino in quelle matematiche. ci sono io. e poi c'è il resto del mondo. è un confine quello che ci separa. un confine, una barriera, chiamatelo come vi pare. ci sono le mie emozioni. poi c'è la barriera. e poi c'è il resto del mondo. cosa vuol dire questo? che le mie emozioni, prima di raggiungere il resto del mondo, vengono plasmate, filtrate, modificate, accartocciate e rielaborate dalla barriera tra me e il resto del mondo. dunque quello che appare non è un dolore autentico, è un dolore finto, costruito. il mio dolore autentico sarebbe devastante. ogni cosa che faccio ha perso di significato perché tu non sei qua. svegliarmi al mattino e non saperti presente. cucinare e sapere che nessuno mi chiederà se ho mangiato abbastanza. studiare, dare esami e sapere che nessuno mi chiamerà per dirmi "brava!" indipendentemente dal voto preso, indipendentemente dall'aver capito o meno che voto ho preso. che poi non è vero che non mi chiamerà e non mi chiederà nulla nessuno, ma non sarai tu. capisci cosa vuol dire? NON SARAI TU. sentirmi così vuota nelle mie notti. tu sei sempre stata così bella per me, così perfetta. un esempio. tu sei sempre stata quella che mi faceva fare cavalluccio anche dieci volte di fila, anche se poi avevi le gambe stanche già dopo la terza. tu mi hai insegnato a scrivere, a leggere. tu che mi dicevi ogni giorno che il mondo era bello perché siamo tutti diversi. tu che amavi tutti, incondizionatamente, in un modo così spassionato da lasciare spiazzati. tu che mi tenevi per mano. tu che mi baciavi il braccio. tu che hai sempre avuto paura di ferirmi perché per te sono sempre stata fragile. era te che chiamavo quando arrivava la sera e puntualmente litigavo con mamma e papà. eri tu. sei sempre stata tu. tu che mi chiedevi, fino agli ultimi giorni di chi fossi io. e di chi potevo essere se non "di tu", come ho sempre detto dall'età di tre anni e come continuerò a dirmi, a ripetermi, ogni cristo di giorno della mia vita.
tu mi hai sempre amato gratuitamente. non ti importava cosa fossi diventata, non ti importava sapere se la mia vita fosse un successo o un fallimento, tu mi amavi comunque, in ogni modo, in ogni sfaccettatura che l'essere umano potesse concepire. ascoltavi sempre il cd che ti avevo registrato da piccola, quando stonata e con un inglese maccheronico ti cantavo "yellow submarine". tu che mi avevi chiesto di suonare per te un'ultima volta ed io che menefreghista non l'ho fatto. tu che lanciavi con me dal balcone le farfalline di carta. tu che mi hai insegnato a fare gli aeroplanini. tu che del mio dolore ti facevi sempre carico. tu che mi hai sempre amata come se fossi la cosa più bella del mondo. ma non lo sono mai stata, nonna.
ogni volta che tu mi torni in mente provo a scacciare questo pensiero. non sono capace di pensarci, non sono capace di rendermene conto. ti dicevo sempre che quando tu te ne saresti andata, io mi sarei ammazzata appresso a te. sono passati ventisette giorni e sono ancora qua. ventisette giorni in cui tu sei assente e che a me sembrano secoli. ogni giorno è insostenibile. senza te che mi dai conforto io non so più dove andare, cosa fare, cosa essere. ho perso il mio baricentro, ho perso il mio punto di riferimento. perché cazzo te ne sei andata? perché non sei rimasta qua ancora un po'?
essere stati amati in un modo così viscerale ti segna dentro. aver perso chi ti amava così visceralmente è assurdo, surreale, così doloroso da toglierti il fiato. mi sento come se la terra sotto i miei piedi franasse, letteralmente. non riesco più ad andare avanti. mi spieghi come faccio senza di te? mi spieghi dove trovo il senso di respirare, vivere, studiare, sorridere, impegnarmi ora che tu non ci sei più?
spiegamelo perché io non so più come fare per strapparmi di dosso questa patina di inutilità. io non so più cosa rappresento senza te.
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