17 novembre 2012

e bruce willis muore in armageddon.

quando anni fa mi mancava qualcuno che andava via, sentivo chiaramente il peso all'altezza del petto, un macigno alla bocca dello stomaco. respiravo a fatica e non riuscivo a trattenere le lacrime che scorrevano spontanee. soffrivo un sacco e mi crogiolavo in quel dolore. con il passare dei giorni si faceva meno pressante, ma alla fine lo avvertivi comunque, come un fastidio, come una spina in un dito, come una ferita mai rimarginata che ogni tanto si riapre e sanguina. avrei pagato oro per non star male, per non essere così pateticamente debole.
la verità è che non c'è proprio nulla di bello a non star male. superficialmente nulla si scalfisce. la maschera resta lì, intatta e levigata, al suo posto. tu sorridi, accompagni alla porta la persona che va via, gliela apri. magari lo abbracci, perché no. gli fai una raccomandazione di poco conto -ignori tutti i "mi mancherai" o "vorrei che restassi ancora un po'" che premono per essere proferiti-, agiti la manina a mo' di 'ciao ciao' e chiudi la porta. chiudi un capitolo.
è solo a quel punto che ti accorgi che non senti nulla. sì, ti dispiace, ma quanto realmente?
accettare che la vita sia un eterno fluire, implica accettare che anche le belle persone eternamente fluiscano. la differenza è che per alcuni conosci il momento esatto in cui hanno spiegato le vele e lasciato il porto, per altri te ne accorgi solamente quando noti che la loro nave non è più ormeggiata. la seconda tipologia di partenze è più indolore perché inconsapevole; la prima tipologia è struggente: resti a guardare quella barca che via via si allontana, scomparendo all'orizzonte.

un mio amico una volta mi ha detto che l'amore maturo consiste nell'accettare che le altre persone cambino strada, rimanendo loro grate per quel percorso che hanno condiviso con te.
temo di non aver mai amato in modo maturo, ma solo di aver amato poco e male.

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