nella mia mente io e te siamo delle persone interessanti, ciniche e brillanti, che hanno conversazioni interessanti, ciniche e brillanti.
nella mia mente, appunto.
tu mi chiedi cosa ne penso del surriscaldamento globale e io fumo una sigaretta. espiro il fumo, ti guardo con aria significativa e mi volto. e tu sai, hai capito tutto, come in quei film della nouvelle vague francese in cui si scambiano appena due parole ma non ne hanno bisogno di altre. e tu resti come un'idiota davanti allo schermo a cercare di capire cosa ci fosse poi di così profondo. ma noi -come loro- sappiamo benissimo cosa c'era di profondo. c'era il timore del giudizio altrui e l'impotenza di fronte all'umanità, la scarsa voglia di studiare il venerdì pomeriggio e di vivere la domenica mattina, l'ansia del "dover-fare" e l'eccessiva trasgressione nel "voler-fare". poi inizia a piovere e noi facciamo l'amore.
non vedo perché debba esserci necessariamente una correlazione, ma nella mia mente c'è e il resto non importa. poi va beh, di sfondo c'è il parallelismo degli orgasmi forti come i tuoni e lo scroscio della pioggia che lava via ogni cosa, altro che doccia purificatrice. e poi le lenzuola sono bianche, come quelle dei film in bianco e nero, noi dopo l'amplesso siamo belli come il sole, patinati quasi, ci stringiamo con tenerezza ma con sguardi persi altrove. ci teniamo per mano, ma chissà poi a cosa teniamo davvero. e non c'è spazio per delle parole, adesso. stiamo in silenzio, persi in chissà quali mondi. e intanto piove. e poi da copione ci addormentiamo, avvolti nel tepore di quelle lenzuola. e poi tu ti svegli e io non ci sono. chissà poi perché non ci sono, ma credo sia giusto che vada così. io ho dimenticato l'ombrello e cammino sotto la pioggia leggera. il temporale è ormai scemato, ma io mi allontano nella luce fioca della sera settembrina, sulla pelle un residuo d'estate e di apatia. cammino tra la gente, loro di sfondo sfocati e io in primo piano. cammino e basta, non mi guardo intorno. anzi, cammino e fumo. fumo con calma, senza ansia. aspiro lunghe, lunghissime boccate, trattengo dentro e poi lascio fluire, lentamente. quasi come se stessi facendo complicati esercizi di yoga o disegni intricati. cammino e fumo. e intanto penso a tutt'altro: a ieri e a domani, al modo in cui morirò, a cosa cucinare per cena.
se fosse un film melodrammatico di merda dopo cena squillerebbe il citofono e saresti tu. non so perché poi nei film c'è sempre di sfondo un'attesa spasmodica che squilli il citofono.
ma siccome il mio non è un film melodrammatico di merda, mi arriverebbe una mail. anzi, ancora più decadente, troverei una busta infilata sotto la porta d'ingresso, la mattina dopo. sarebbe una lettera scritta a mano e di getto. senza firma, senza inutili convenevoli. magari ci sarebbe solo una citazione. ti farei anche scegliere quale, giusto per conservare un'infinitesimale incognita. non sarebbe una citazione romantica, comunque. sarebbe una citazione totalmente avulsa dal contesto, qualcosa del tipo "ieri a cena ho cucinato cavoli, poi mi son ricordato che non mi piacciono e li ho dati ai miei cani". i cani, poi, mangiano i cavoli? insomma, questo sarebbe il punto. e io riderei. un sacco. un po' per la gioia, perché tutto sommato anche io ho un cuore, ma soprattutto perché sarebbe estremamente interessante, cinico e brillante. così dandy e decadente.
ah, e poi non ci vedremmo più. no, nessuno dei due parte, nessuno dei due muore. semplicemente non ci vediamo più. è il lieto fine più bello che si possa immaginare.
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