correva l'anno 2004: era settembre e io ascoltavo avril lavigne in maniera quasi ossessiva. mi sentivo una vera punk-rocker-superalternative-yea. scrivevo un po' ovunque la A di anarchy senza ben sapere cosa mi rappresentasse -ribellione adolescenziale a parte-, ripetevo che il punk non era morto -non conoscendo il punk- e cercavo disperatamente di assomigliare alla mia eroina -truccandomi come lei e cercando di imitare il suo modo di vestire.
a tal proposito non dimenticherò mai i miei primi jeans griffati. abbiamo avuto tutti il periodo in cui le griffe iniziano a rivestire una vaga importanza -ad alcuni, poi, questo periodo si prolunga per tutta la vita- e per me che vestivo solo original marines e benetton dio solo sa che aura mistica potevano ricoprire nomi come "onyx" "phard" "miss sixty" -nonostante predicassi pseudo punk-rock. a tredici anni riesci benissimo a contenere tutte queste contraddizioni senza sentirti affetta da una sindrome bipolare -posto che comunque non vorrei mai tornare ai miei tredici anni, men che meno ai quattordici.
ero ritornata in città dopo le vacanze estive e mi ero accorta, con magno gaudio, che avevano aperto un nuovo negozio vicino casa mia. si chiamava "grinta". un nome tremendo, ma qualcosa di carino si trovava.
quando passai davanti alla vetrina una luce mistica investì il manichino: indossava i jeans più belli e alternativeggianti che avessi mai visto. erano scuri, pressoché tinta unita: avevano la vita bassa, erano aderenti sul sedere, ma soprattutto avevano una zampa di elefante così enorme, ma così enorme, che potevo ficcarci la testa. dovevano assolutamente essere miei.
entrai nel negozio senza pensarci due volte e li provai. nel camerino osservai il talloncino e un macigno mi cadde sulle spalle. ricordo come se fosse ieri quel "65.00€" scritto a caratteri neri su sfondo bianco, inesorabile.
un salasso per me che avevo sempre comprato e immaginato jeans prezzati la metà. nonostante tutto mi guardavo allo specchio e mi amavo, mi amavo profondamente. mi dicevo che quei jeans avrebbero cambiato la mia intera vita, sociale, amorosa, scolastica. quei jeans avrebbero lasciato emergere la vera benedetta, la benedetta che nessuno riusciva a vedere sotto quei maglioni gonfi e infeltriti. la benedetta cattiva, dall'anima punk-rock, la benedetta di cui tutti dovevano avere paura perché cazzo, ero un osso duro io. mi ri-spogliai e ri-indossai i miei vecchi jeans a sigaretta, pregando la commessa di tenerli da parte. il giorno seguente sarei passata a pagare e a ritirarli. mi guardò perplessa, come a dire "ti pare che in un giorno vanno a ruba?", ma acconsentì ugualmente, sottolineando il fatto che il giorno seguente sarei dovuta passare davvero. io promisi (e fu forse una delle promesse più sentite della mia intera esistenza) e tornai a casa quasi volteggiando, immaginando già come sarebbe cambiato il mio mondo con quel paio di jeans.
quando tornata a casa raccontai a mia madre tutta la storia e la pregai di comprarmi quei jeans non credo capì davvero cosa significassero per me. sbuffò e mi chiese se realmente credevo mi servisse spendere 65€ per quel paio di jeans. non ricordo l'andazzo preciso, ricordo semplicemente che fu mio padre ad acconsentire definitivamente, accompagnandomi il giorno seguente a pagarli e ritirarli.
non che mio padre avesse capito l'importanza della vicenda: i miei mi hanno sempre cresciuta in un mondo senza griffe, in un mondo dove non esiste il binomio piùfamosaèlafirma = piùpago. adesso me ne vanto in un modo forse esagerato, peccando di snobismo e guardando dall'alto verso in basso la gente che spenderebbe tutti i suoi averi in borse e scarpe di un famoso stilista rischiando di dover sacrificare cultura o viaggi.
successivamente comprai il mio primo paio di etnies. mi sembravano le scarpe più belle del mondo. e io avevo anche i jeans più belli del mondo. io ero la più bella del mondo. tuttavia la mia metamorfosi non era ancora terminata.
il due ottobre duemilaequattro tagliai i capelli. era un sabato e io mi sentivo in mano l'intero universo. li tagliai fin sopra le spalle. li feci asciugare ricci.
la sera sarebbe avvenuto il mio debutto. passai lo smalto nero sulle unghie, infilai le mie fidate etnies e i jeans più belli del mondo. indossai poi una magliettina attillata, nera, che mia madre si ostinava a ritenere un corpetto sadomaso (ed ebbe cura di dirmelo nonostante la mia tenera età), spalmai tantissima matita nera sugli occhi. et voilà -ero io. io.
mi sembrava di non esser mai stata così me stessa.
camminavo sul marciapiede come se fossi stata l'unica superstite sulla terra, come se fossi stata l'unica donna nel raggio di diecimila chilometri.
il giorno dopo litigai furiosamente con mio padre. all'epoca non lo sapevo, né potevo capirlo, ma avevo voluto crescere troppo in fretta nel giro di tre giorni e questo per un genitore è impensabile.
il punto è che non so nemmeno perché mi sia tornato in mente con una chiarezza così sorprendente dopo otto anni. né perché lo abbia scritto qua. o_o
4 commenti:
Se posso dirlo, mi è piaciuta un sacco questa storia. Adoro le retrospettive psicologiche. Soprattutto adolescenziali. Ma un po' è anche deformazione professionale.
oh beh, grazie. perché deformazione professionale? o.o
Beh, le mie due passioni sono la letteratura e la storia. In due parole: introspezione e passato. No?
OH, okay. O:
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